Le parole del presente: IaaS, PaaS, SaaS, DaaS

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Ed eccoci ancora qui con altre sigle.
Eh sì, pare proprio che usare le sigle piaccia parecchio: sono veloci da dire, veloci da scrivere… non altrettanto veloci da capire (alle volte).

Tutte queste sigle hanno a che fare con il Cloud Computing e ne compongono le quattro macrostrutture principali:

  • IaaS: Infrastructure-as-a-Service, cioè servizi cloud che offrono infrastrutture on demand come calcolo, archiviazione, servizi di rete e virtualizzazione.
  • PaaS: Platform-as-a-Service, cioè un servizio di cloud computing in cui l’hardware e la piattaforma software applicativa vengono forniti da terze parti.
  • SaaS: Software-as-a-Service, cioè gli utenti si connettono ad app basate sul cloud tramite Internet e le usano online.
  • DaaS: Desktop-as-a-Service, cioè “il pc dell’ufficio” remotizzato in cloud. Tutto quanto.

Imparare a conoscere almeno un po’ il significato di queste sigle è importante perché il processo di Digital Transformation che sta investendo le Aziende le sta mettendo di fronte alla necessità di affidarsi a figure professionali specifiche a seconda degli obbiettivi che si prefiggono e in quale macroarea operano.

Iniziamo dalle cose materiali: IaaS.

Datacenter, che non hanno un cattivo di 007 dentro.

Le cose materiali sono l’hardware. Fisico. Concreto.
La tendenza generale ormai è quella di delocalizzare le infrastrutture IT come i server e le ragioni sono semplici:

  • si abbattono i costi (dall’acquisto, alla manutenzione, alla stessa energia elettrica per tenerli accesi);
  • si eliminano i problemi legati alla sicurezza fisica degli impianti (incendi, allagamenti, furti);
  • si garantisce la continuità del lavoro (perché le strutture di hosting si occupano h24 di mantenerli operativi);
  • attraverso un sistema di calcolo distribuito si può ottenere una potenza di calcolo che sarebbe economicamente insostenibile da ottenere on premise, cioè con infrastrutture proprietarie dell’Azienda;
  • per lo spazio di storage vale lo stesso discorso della potenza di calcolo, dato che va ad incidere anche il discorso del backup ridondante (cioè bisognerebbe avere tutta l’infrastruttura almeno doppia e allocata in due siti diversi).

Utilizzare un server allocato in una server-farm dedicata è quindi usufruire, a livello base, di un servizio IaaS: l’infrastruttura si “smaterializza” dall’Azienda che ne usufruisce attraverso un servizio a pagamento,
delegando quindi ad un fornitore tutte le incombenze che riguardano l’accesso e la gestione di rete dei server, i server stessi, la virtualizzazione e lo storage dei dati.
Se il server fosse un’automobile, sarebbe come passare dall’averla di proprietà ad averla in affitto, potendo cambiare modello e prestazioni a seconda dell’uso a cui dobbiamo destinarla.

PaaS: l’incomprensibile Terra di Mezzo dove vivono gli sviluppatori.

Disclaimer: i programmatori non somigliano a Bilbo Baggins. Non tutti, almeno.

Platform-as-a-Service, ossia delocalizzare “nel cloud” le piattaforme di sviluppo.
Mentre capire cosa significa IaaS è un po’ più immediato (il server sta là invece che qua, facile), capire la differenza che c’è tra “delocalizzare un server” e “delocalizzare un server” è un po’ più ostico.
No, non ho sbagliato a scrivere, ho proprio scritto due volte la stessa cosa.

Il PaaS è il mondo degli sviluppatori: torniamo al nostro “server – automobile”.

All’inizio ero obbligata ad averne una mia (IT on premise) mentre adesso posso affittarla secondo necessità (IaaS). Io però non mi limito ad usare l’auto: di mestiere sviluppo tecnologie legate all’uso dell’auto. Diciamo per esempio che studio sistemi per trainare rimorchi.

Prima ero obbligata ad avere almeno un’auto mia (IT on premise), ma ogni volta che dovevo sviluppare un nuovo modello di traino dovevo in un qualche modo avere accesso a modelli di auto diverse e a diversi strumenti da officina, costringendomi o ad acquistare nuove infrastrutture o a modificare le mie a seconda di cosa stavo progettando, con un notevole dispendio di denaro e di tempo.
Invece, ora, posso non solo avere l’auto in affitto, ma anche l’officina con gli strumenti dove poter progettare i miei sistemi: questo è il PaaS, cioè gli sviluppatori non affittano solo la parte hardware e lo storage dei dati, ma anche i sistemi che gli permettono di sviluppare e amministrare i diversi applicativi, a seconda del bisogno.

Il concetto di PaaS è legato al concetto di sviluppo e gestione software, quindi il momento in cui un’Azienda può averci a che fare è quando gestisce internamente i software che utilizza.

SaaS: la sigla più famosa.

Non ce ne voglia Edvige, ma l’email come SaaS è più efficiente, anche se indubbiamente meno pucciosa.

Ed eccoci alla sigla oggi più famosa: Saas, cioè Software-as-a-Service.
Un alto livello di astrazione del Cloud Computing si ha quando si spostano in outsourcing i software che si usano per lavorare. Nella sua forma più radicale, il SaaS non prevede neanche l’installazione di un Client (cioè di un’app sul proprio PC che si collega al servizio online), ma basta un comune browser web.

Con l’ausilio di un SaaS i vantaggi sono notevoli:

  • i dati sono sempre allocati in cloud, in modo che se anche “dovesse rompersi lo smartphone” o il “PC dovesse prendersi un virus”, questi sarebbero al sicuro, indipendenti nella loro gestione dai singoli apparati utilizzati dagli utenti;
  • la potenza di calcolo di un server è materialmente maggiore di quella di un singolo PC, quindi se dobbiamo (ad esempio) generare dei report analitici, farlo attraverso il SaaS sarà molto più veloce;
  • nel momento in cui tutti i dati sono centralizzati e gestiti adeguatamente, l’utilizzo di sistemi SaaS permette sia di raccoglierli che di analizzarli che di utilizzarli in tempo reale, a prescindere dal device con cui ci si collega;
  • le app SaaS sono progettate per funzionare al meglio sui server su cui vengono installate: questo significa che non esiste più il problema della compatibilità rispetto ai device attraverso cui si utilizzano né problemi legati agli aggiornamenti. “Eh ma i Client?”: i software client sono “interfacce grafiche” che ci permettono di utilizzare il software, ma questo è materialmente installato e funzionante altrove.

Ad esempio: l’app per la posta elettronica. Se l’app “client” che abbiamo sul pc ha un problema, questo non interferisce con il software di posta che sta sul server e i nostri dati restano al sicuro.
Questo eventuale problema (comunque limitatissimo) scompare totalmente quando si va oltre l’utilizzo di un Client e ci si interfaccia all’app in cloud direttamente attraverso un browser, come ad esempio si fa quando si usa Microsoft Word via browser. Tutti i software Microsoft 365, che sono SaaS avanzati, hanno questa doppia possibilità.

DaaS: astrazione totale.

Per dirla coi “giovani”: questa cosa dovrebbe triggerarvi tantissimo!

Il livello più alto di astrazione del cloud è il DaaS, ossia remotizzare in cloud l’intero desktop utente.
Con il SaaS abbiamo ancora una soluzione di Cloud Computing che potremmo definire ibrida, perché il desktop dell’utente resta comunque un’installazione locale e alcuni applicativi sono ancora installati sul PC. Questo implica che il PC (o comunque il device in uso, fisso o mobile che sia) debba avere dei requisiti minimi di sistema in termini hardware di un certo livello: il motore della nostra “auto” non potrà essere quello di uno scooter, perché deve comunque essere in grado di sopportare un carico di lavoro di una certa entità.

Remotizzando il desktop, invece, tutto il carico di “calcoli” che deve effettuare il PC locale viene svolto nel cloud: questo significa, tornando alla metafora automobilistica, che se prima avevo bisogno almeno di un’auto con un motore da 50 CV già solo per muovermi dal parcheggio, adesso mi bastano 5 CV perché tutto il lavoro di trazione lo fa il sistema remoto.
Tradotto: se prima dovevate mettere in conto postazioni di lavoro con un certo costo dovuto a requisiti hardware piuttosto elevati, adesso potreste avere postazioni molto più economiche e meno performanti, perché non serve più “la scheda video potente” o “un hard disk capiente” o “un processore di ultima generazione”. Non arriviamo al “basta che si accenda”, ma ci siamo capiti.

Oltre al fatto non trascurabile della sicurezza: non avendo più nulla fisicamente allocato on-site (in termini di dati e applicativi), la gestione degli utenti e la sicurezza delle informazioni sono molto semplificate.


I requisiti base della transizione al cloud (full o ibrido che sia) sono un’ottima connettività e servizi erogati da Aziende certificate e serie. Soddisfatti questi due requisiti minimi, l’unico limite è quanto decidete voi di spingervi in là.


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